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Intervista a Ettore Bernabei per oltre cinquant'anni al servizio di un'idea di cultura (L'Osservatore Romano)
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Ho voluto riportare Dio al centro della comunicazione
di Luca Pellegrini Ecco Ettore Bernabei di Firenze. Né politico, né sacerdote, né giornalista piacevole: infatti, non è stato tutto ciò che avrebbe voluto o potuto. Ma allora, chi è? "Soltanto l'allievo dei suoi maestri. Sostanzialmente due, ricevuti come dono della grazia: il mio parroco fiorentino don Raffaele Bensi, amico di Giovan Battista Montini e tra i più stimati dal cardinale Elia Dalla Costa dal quale fui cresimato. Don Lorenzo Milani, un'israelita difficile ma pieno di curiosità, intelligenza, umanità e simpatia, fu battezzato da don Bensi soltanto dopo che aveva letto tutte le opere di Romano Guardini, oltre ad altri testi sacri".
Mi sta parlando di loro, non di lei.
Vede, io sono quello che sono grazie a loro. Nulla di più. Non lo dico per rivolgermi al passato, ma sono in là con gli anni - ne ho ottantanove - e guardo con speranza e timore al passaggio a miglior vita e al giudizio nel quale dovrò rendere conto di quanto ricevuto. Sono partito avvantaggiato. Questi sacerdoti hanno piantato in me le radici della fede, la fede profonda in Dio, il Dio della Santissima Trinità, fede ricevuta dai miei genitori. Il mio babbo a quattordici anni era stato cacciato da casa perché cominciava a interessarsi di cose religiose, lui che apparteneva a una famiglia di benestanti romagnoli tutti repubblicani, antimonarchici e anticlericali, garibaldini. Per questo mi ha insegnato a tener fede agli ideali. Ma mi ha abituato anche a leggere ogni giorno e senza timore un quotidiano e tutti i sabati il "Corriere dei Piccoli", con le storie del Signor Bonaventura e di Bibì e Bibò. Sono cresciuto così, nella fede e leggendo. E presi abitudine anche di andare ogni sera a trovare il mio parroco a casa sua e lì conobbi da ragazzo il professore universitario Giorgio La Pira, il filosofo Paolo Lamanna, il filologo Giorgio Pasquali, Momigliano e tanti altri. In gergo comune queste si dicono fortune. Io, invece, le chiamo grazie.
Lei è anche un maestro di diplomazia. Questo "stile Bernabei" lo ritiene un dono di natura o è stato costruito negli anni?
Probabilmente ci sono tendenze naturali, ma io l'ho anche costruito negli anni con la fiducia dei miei maestri, delle persone più autorevoli di me. Io giovane giornalista ho cominciato ad avere la stima e l'amicizia di De Gasperi che si fermava volentieri, nel suo tempo limitato, a conversare. Poi ho avuto la possibilità di condividere non solo qualche minuto, ma qualche ora con Giorgio La Pira, uomo di grande illuminazione spirituale, culturale, politica; a Roma, dirigendo "Il Popolo", avevo quotidianamente contatti con Amintore Fanfani e Aldo Moro. Poi ebbi modo di frequentare Montini, Dell'Acqua, Benelli, Casaroli.
Lei afferma anche, nel suo libro-confessione L'uomo di fiducia (Milano, Mondadori, 1999), che i democristiani ebbero una deficienza di cultura generale e più specificatamente religiosa.
Bisogna distinguere tra i primi vent'anni di guida democristiana dell'Italia e i secondi venticinque. Nel primo ventennio c'è stata veramente la fioritura di una seminagione attenta, molto promettente e impegnata, fatta da una classe dirigente preparata dalla gerarchia cattolica. Fra le innumerevoli benemerenze di Giovan Battista Montini c'è quella di aver formato una classe dirigente capace di succedere al fascismo e di portare l'Italia non soltanto alla democrazia, ma a un benessere equamente distribuito. Ho frequentato questi personaggi politici. Venivano grosso modo tutti dal mondo della cultura universitaria, perché pensavano che la trasmissione della cultura umanistica fosse la maniera migliore per testimoniare la loro fede religiosa. Con fatica si convinsero che dopo gli avvenimenti così sconvolgenti della prima e seconda guerra mondiale e delle dittature, quella trasmissione si doveva compiere anche attraverso la politica. Mi creda, facevano politica per testimoniare la loro fede. Non per niente De Gasperi ebbe la grande genialità di intuire che i suoi colleghi del Partito Popolare non sarebbero stati capaci da soli di affrontare la nuova realtà del secondo dopo guerra e per questo accettò di buon grado le segnalazioni che gli faceva monsignor Montini. Erano i giovani professorini - Lazzati, Giacchi, Dossetti, Mortati, Boldrini, La Pira, Fanfani - che avevano studiato Keynes, ma anche Adamo Smith e Marx, che avevano capito le grandi aberrazioni delle eresie comuniste e fasciste, ma senza lasciarsi poi impressionare da dogmatismi ciechi dell'anti-comunismo e anti-fascismo. La levatura e la fede di quegli uomini politici la riassume bene un episodio. Quando Dossetti venne a Firenze per annunciare a La Pira che avrebbe lasciato la politica e si sarebbe fatto sacerdote, io assistetti a quel colloquio che durò ben sei ore. Dossetti lasciava la politica per una involuzione dei cattolici italiani che non capiva e per la paura di non riuscire a realizzare più i suoi progetti. Temeva il comunismo, ma sentiva l'inevitabilità di un suo sopravvento e lo confidava a La Pira, che gli rispondeva: "Sciocchezze, tutte sciocchezze". Le argomentazioni di Dossetti, erano documentate da statistiche tecnologiche alle quali l'altro replicava con citazioni bibliche. Alla fine, spazientito, La Pira gli disse: "Il comunismo non vincerà perché è ateo!". E così chiuse la discussione. Si rende conto? Era il 1951! Questa era la sua fede. La politica era una conseguenza, e pertanto il dovere di dare la casa ai senza tetto e il lavoro ai disoccupati. Grazie anche a questi uomini l'Italia, nel 1962, diventò il quarto tra i Paesi più industrializzati e più ricchi del mondo, anche se era priva di materie prime e tecnologicamente non avanzata. Aveva, infatti, un reggimento politico e sociale volto al bene comune. Questo fu l'esperimento fatto dalla Democrazia Cristiana che a mio avviso risulta, in quel periodo, il più compiuto, perché il benessere era effettivo ed equamente distribuito e la libertà individuale e di gruppo assicurata e tutelata. Poi, come sempre capita in tutte le vicende umane, alla fase ascendente di una parabola segue quella discendente. Infine ci fu, soprattutto negli anni Ottanta, un fenomeno che non è esclusivamente italiano ma mondiale, la nuova televisione, quella che Popper definì "cattiva maestra", cioè permissiva, relativista, consumista, che pur di attrarre il pubblico non si perita di ricorrere a espedienti di violenza e di pornografia.
Torniamo alla televisione, che divenne il suo mondo. Parafrasando Natanaele: dalla televisione può mai uscire qualche cosa di buono?
Sono sicuro che è possibile. Lo dimostra il fatto che da oltre venti anni il primato degli ascolti in Italia nel campo degli sceneggiati televisivi è detenuto dal nostro film dedicato a Giovanni xxiii, trasmesso nel 2002, che ha superato il 51 per cento di share negli ascolti. Mi può replicare: facile, perché era un personaggio tanto amato e carismatico. Ma ricordo che domenica scorsa il primato della serata è stato fatto da un film come Sant'Agostino, con il 26 per cento di share e oltre sette milioni di spettatori, vincendo per tre milioni la concorrenza. Rai Uno ha vinto sull'intrattenimento facile.
Lei afferma che non bisogna dimenticare i meriti della televisione, ossia aver realizzato l'unificazione linguistica e culturale dell'Italia. E oggi?
Oggi la televisione ha il merito di tenere compagnia a tante persone sole e per questo bisogna sperare e operare perché molti giovani decidano di dedicarsi a una televisione solidale e solidaristica.
Ci sono due massime di Ettore Bernabei: "La Tv è una cosa molto più complicata delle metropolitane"; "La pubblicità è la peggior dittatura apparsa sulla terra". Le ritiene ancora valide?
Ne sono ancora pienamente convinto. Lo dico dopo aver operato, nel bene e nel male, come direttore della Rai dal 1961 al 1974. La televisione è uno strumento difficile, soprattutto quando è usato da un gruppo di persone - come in quegli anni, cattolici impegnati o laici - che condividono, non in modo qualunquistico per autocompiacimento e vanità, la concezione di una televisione fatta per chi la guarda, non per chi la fa. La televisione deve servire ad aggiornare le proprie conoscenze, a rifornirsi di idee; ha il potere di confortare e arricchire la gente comune che non ha grande possibilità di informazione, di acculturazione, di scambio di idee. Ecco perché è una grande responsabilità. Non a caso tutti i Paesi dell'Europa occidentale, dovendo iniziare un servizio quotidiano di comunicazione televisiva, scelsero l'organizzazione pubblica più o meno direttamente partecipata dallo Stato. Poi la televisione, che da noi non era commerciale come negli Stati Uniti, ha cominciato a cambiare natura. Premetto che la pubblicità è un mezzo non solo legittimo ma importante della vita moderna, perché è uno strumento di informazione a favore del pubblico che così sa di quali beni e servizi si può avvalere. Ma deve rimanere un servizio, non avere una padronanza assoluta dello spettatore, diventando appunto dittatura. Il telespettatore è considerato oggi soltanto sotto il profilo di consumatore. Tutto si deve adeguare a questa funzione principe. Ma l'umanità non è soltanto consumo.
Lo spettatore è un soggetto di diritto. Per tutelarlo in questa dimensione, lei ha realizzato la serie televisiva sulla Bibbia. Si è domandato, all'inizio di questa avventura produttiva, se e come la rappresentazione televisiva della Bibbia poteva mantenere intatta la sacralità dei testi?
In quel periodo stavo lasciando un incarico nelle aziende pubbliche dell'Iri. Ero convinto che il problema della televisione andasse affrontato innanzitutto e soprattutto dai contenuti dei programmi. Allora misi la mia liquidazione in una società privata insieme con altri nove soci: 800 milioni ciascuno. Era tutto ciò che avevo. Era il 1991. Il primo programma che producemmo furono quattro serate dedicate a Carlo Magno. Poi Emanuele Milano, allora dirigente Rai, mi propose di prendere in mano un progetto con i tedeschi che giaceva immobile da tanti anni, ossia fare una Bibbia in televisione. Capii subito che questo sarebbe stato il progetto più importante della mia attività di comunicatore. Avevo chiaro in mente che Dio esiste in eterno, che ha creato l'universo e l'uomo e la donna e che tutti hanno il problema di trovare un proprio rapporto con il Creatore. Ma questo concetto basilare è andato perduto in questo nostro tempo venuto dopo i fasti dell'Illuminismo, le delusioni del progresso all'infinito dell'Ottocento e le grandi tenebre del Novecento. Vede, l'enorme sistema di comunicazione attuale, pur meraviglioso, è un bombardamento che lascia l'uomo spogliato del senso di mistero. Occorre riportare il mistero e il rapporto con Dio al centro della comunicazione, perché c'è una totale dimenticanza dell'esistenza di Dio. È difficile che Dio venga bestemmiato, ma viene facilmente dimenticato. Nessuno prende il rischio di dire che Dio è morto, ma i grandi ispiratori della comunicazione ne tacciono, come se non esistesse. Così tutto l'intrattenimento televisivo, tutta la comunicazione su rete, lo evita, come se ci fossero solo l'immanenza, la tecnologia, la scienza umana. Tutto questo sta alla radice dell'inquietudine e dell'infelicità di tanti. Si ha tutto a disposizione, ma manca la felicità. La Bibbia in televisione nacque da questi pensieri. Ne parlai con Mons. Ravasi che mi mise in guardia sulle difficoltà che avrei trovato, anche in ambiente cattolico e successivamente nel confronto con gli evangelici, gli ortodossi e gli ebrei. Bisognava affrontare subito questa difficoltà in sede d'impostazione delle sceneggiature. Nella televisione c'è poca attenzione nei confronti della scrittura. È, invece, fondamentale. Pensi che per il nostro Agostino abbiamo impiegato tre anni di faticosissima lavorazione sulla sceneggiatura.
A ciclo biblico concluso e dopo tanti sceneggiati dedicati alla vita dei santi e dei Papi, lei pensa che questo tipo di divulgazione televisiva possa avere un effetto sulla coscienza e sulla fede dello spettatore?
Certamente e con convinzione, tanto che vorremmo riprendere una serie di soggetti biblici per i giovani del XXI secolo. La Bibbia è andata in 143 Paesi di tutto il mondo, non ha provocato alcun risentimento e reazione negativa. I punti di contraddizione erano stati tutti affrontati prima. Gli ascolti furono ovunque ottimi, quando la Cbs americana trasmise Jesus passò da venti a quaranta milioni di spettatori. Sa quale fu il Paese dove vi furono maggiori perplessità e difficoltà? La Germania. Lì temevano il rischio di corrompere la Parola rivelata attraverso la divulgazione in immagini. L'episcopato protestante, tramite il loro rappresentante nel consiglio di amministrazione dell'emittente televisiva che partecipava al progetto, dichiarò la sua contrarietà temendo che il significato del racconto biblico e della Rivelazione potessero corrompersi con la traduzione in immagini televisive. L'episcopato cattolico quando vide con quali criteri era stata realizzata la nostra Bibbia, non ne ostacolò più la divulgazione e si persuase, mentre quello protestante accettò con grande preoccupazione. Molti degli episodi della Bibbia in Germania andarono in onda non in prima serata, ma nel pomeriggio.
Lei è sempre convinto che la Provvidenza non l'abbia mai abbandonata?
Tutto ciò che ho realizzato nella vita è nato dalla collaborazione e generosità di tanti validi professionisti tra i quali due miei figli. Però tutte le difficoltà le abbiamo superate solo grazie alla Provvidenza, che ha pazientemente sciolto tutti i nodi.
Come si trova nell'Italia di oggi?
Naturalmente bene, perché Dio ci fa la grazia di vivere in questo tempo.
Tutta questa memoria in cui lei racchiude tanta storia italiana, tutta questa esperienza, pensa che sia possibile trasmetterle? E a chi?
Prima di tutto ai miei figli. Ma penso anche alle tante persone - soprattutto al mondo cattolico - che in questi ultimi tempi vivono perplesse. Molti hanno perso gli ideali propri dell'essere cristiani perché interdetti di fronte alle nuove insorgenze comunicative e perché accusati di tante colpe. Spero di poterli aiutare con tutto ciò che custodisco come memoria e lascio come testimonianza.
(©L'Osservatore Romano - 3 febbraio 2010)
Nella ventennale attività della Lux Vide un'opera di divulgazione storica e culturale attraverso televisione e cinema Mezzi semplici per sciogliere nodi complessi
di Emilio Ranzato Sembrerebbe che la Lux Vide, casa di produzione fondata nel 1992 da Ettore Bernabei e fino a oggi specializzata in prodotti televisivi dal respiro internazionale, si stia accingendo a debuttare anche nel cinema con un progetto ancora in gran parte avvolto dal mistero. Viene da pensare che sarebbe un passo naturale, visto l'alto livello tecnico raggiunto nonché i riscontri ottenuti in questi anni. La produzione diretta da Bernabei assieme ai figli Matilde e Luca può vantare infatti quei riconoscimenti internazionali che spesso purtroppo mancano al cinema italiano, grazie alle punte di diamante di una filmografia che comprende anche prodotti di genere come la fortunatissima serie di Don Matteo. Risultati come la vittoria di un Emmy Award (l'oscar della televisione) nel 1995 con il film Giuseppe, interpretato fra gli altri da Ben Kingsley e Dominique Sanda, nonché altre nomination agli Emmy e ai Golden Globes con il recente film su Coco Chanel. Mentre il film su Giovanni Paolo ii del 2005, con Jon Voight nei panni di Papa Wojtyla, è stata la prima fiction italiana ad andare in onda in prima serata sulla televisione statunitense. Ma sono più di cento i Paesi che hanno acquistato i diritti della produzione. Inquadrato dall'ottica di un'esperienza che nel frattempo è divenuta ventennale, quello della Lux Vide può essere considerato insomma un lungo percorso di avvicinamento al mondo del cinema, individuabile tanto in una gestione imprenditoriale abituata a pensare in grande - bagaglio della lunga carriera di Bernabei padre all'interno della Rai - quanto, dal punto di vista creativo, nell'attitudine alla narrazione polifonica, all'affresco storico, dimostrata nei tanti progetti (a oggi quasi una trentina) relativi alle figure principali della storia dell'antica Roma e di quella del cristianesimo. Anche se l'offerta al pubblico da parte della Lux si è negli ultimi anni ampliata a vari aspetti della cultura italiana - con le fitcion su Edda Ciano, Enrico Mattei, ma anche con il recente Pinocchio - e non solo (i film su Maria Callas e appunto Coco Chanel, oltre a una sfarzosa ma forse un po' azzardata trasposizione di un colosso della letteratura come Guerra e pace), la cifra peculiare della produzione rimane infatti la capacità di descrivere con mezzi fruibili da tutti, i nodi a volte anche complessi che legano il mondo della spiritualità con quelli della storia e della politica. Ne sono un esempio cristallino i film dedicati a Giovanni xxiii, Paolo vi e Giovanni Paolo ii. Nonostante evidenti limiti, l'episodio di Papa Montini in particolare rende giustizia all'abilità drammaturgica degli autori di cui si serve la produzione, per il modo assolutamente divulgativo con cui si delinea una figura così sfaccettata e all'epoca controversa - Un Papa nella tempesta è l'emblematico sottotitolo - quella di un Pontefice che in anni di grandi cambiamenti ha scelto di attirare di nuovo verso la Chiesa argomenti come la giustizia sociale e l'attenzione per le classi disagiate. Tanto che alcune parole della sua famosa enciclica Populorum progressio furono fraintese in senso marxista e strumentalizzate da frange eversive. Un discorso come si può notare molto sottile, e anche delicato, risolto con apparente disinvoltura attraverso una raffinata e corale dimensione romanzesca. Ma anche il film su Wojtyla non a caso risulta particolarmente riuscito nei momenti in cui analizza il pontificato alla luce di una storia della Polonia segnata dall'avvicendarsi dei totalitarismi, mentre risulta più didascalica nella descrizione degli ultimi anni del papato, forse anche a causa di una memoria collettiva troppo fresca per non frenare il raggio d'azione degli sceneggiatori. Quella di delineare con semplicità un complesso sfondo storico, concedendosi sporadiche quanto mirate licenze, peraltro ha finito a volte per esporre i film a puntualizzazioni da parte di studiosi desiderosi di correggere imprecisioni e forzature dalla finalità drammaturgica, a dispetto di una cura filologica per la verità quasi sempre più che soddisfacente. Del resto si contano sulla punta delle dita le produzioni che nella storia dell'audiovisivo sono scampate a questa accusa. E quando ciò è successo, la critica ha parlato, di contro, di calligrafismo. E giustamente. Perché in un ambito angusto come quello di una riduzione drammatica, dove ovviamente non si può rendere conto di ogni aspetto della realtà, l'eccessivo realismo finisce il più delle volte per costituire una zavorra, un impedimento a quella forza simbolica che l'opera di trasposizione deve necessariamente perseguire per far entrare contenuti variegati in un piccolo contenitore. Se allora le deroghe nascono da consapevoli scelte drammaturgiche e non da semplice ingenuità o ignoranza - che però sono da escludere a priori in casi di produzioni per altri aspetti così accorte - non rappresentano che strumenti per pervenire a tale scopo. Inoltre, la sensibilità postmoderna che negli ultimi anni ha investito tutta l'arte e la cultura popolari, ha provveduto ad assorbire il concetto stesso di anacronismo in nome di una sintesi - fra epoche, stili, forme artistiche - finalizzata alla superiore esigenza del significato complessivo. Ciò non toglie ovviamente che gli storici poi facciano benissimo a rimettere le cose al proprio posto, dicendo che cosa è stato cambiato e di quanto. Inoltre per molti spettatori il loro intervento non rappresenta che un secondo passo verso la conoscenza di un fatto o di un personaggio legato alla cultura, all'interno di un percorso didattico iniziato, emotivamente, con la visione del film. Dal lungo ciclo sulla Bibbia - di cui è giusto citare almeno il bellissimo primo episodio su Abramo con Richard Harris e il Giacobbe con Matthew Modine - a quello sull'impero romano che comprende anche l'ultimo Sant'Agostino, la Lux Vide ha introdotto allora un pubblico straordinariamente ampio alla conoscenza di figure fondamentali per la storia occidentale e non solo, conciliando questa funzione didattica con la dimensione spettacolare dell'intrattenimento di alto livello, e sobbarcandosi, assieme a pochissime altre realtà degli ultimi anni, l'oneroso compito di divulgazione che si richiede al servizio pubblico. Al di là dei limiti dovuti ai mezzi espressivi inevitabilmente - e comprensibilmente - standardizzati del piccolo schermo, per la televisione di oggi ciò rappresenta, inutile dirlo, una boccata d'aria. C'è solo da auspicarsi che la cosa si ripeta, pur con finalità in gran parte diverse, con il passaggio alla sala cinematografica.
(©L'Osservatore Romano - 3 febbraio 2010)
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